Ogni tanto capita, di solito quando meno ce lo aspettiamo: si suona e il tempo smette di esistere. Le mani vanno da sole, sparisce la voce che commenta ogni nota: si è dentro la musica. Chi studia da anni riconosce questo stato e sa anche quanto sia raro riuscire a ritrovarlo a comando. La psicologia lo chiama flow ed è tutt’altro che un concetto vago: sappiamo abbastanza bene cosa lo favorisce e cosa lo allontana.
Cosa lo blocca
Il flow ha bisogno di un equilibrio preciso tra la difficoltà del compito e le proprie competenze: troppo facile e ci si annoia, troppo difficile e subentra l’ansia, in entrambi i casi il flow scompare. Ma il nemico più comune in sala studio è un altro: il giudizio costante su se stessi mentre si suona. Se ogni nota viene accompagnata da un pensiero valutativo, tipo “questo non va bene” o “qui devo stare attento”, la mente resta fuori dalla musica invece che dentro.
Come lo riporto in sala studio
Con i miei allievi, soprattutto con chi studia da tempo e rischia di vivere lo strumento solo come prestazione, riservo sempre un momento della lezione in cui l’unico obiettivo è suonare senza correggere: un brano già acquisito, suonato per il piacere del suono, non per la perfezione del risultato. È anche qui che entra il respiro musicale, il fraseggio pensato come una frase parlata più che come una sequenza di note esatte e, quando il repertorio lo permette, un po’ di improvvisazione libera sui temi studiati, per riattivare l’orecchio invece del solo controllo motorio.
La tecnica resta necessaria: è ciò che rende possibile il flow. Ma senza uno spazio protetto in cui tornare a giocare con lo strumento, anche la tecnica più solida rischia di restare fine a se stessa.